Traduzioni dal fotografese: DPI, PPI, k, M, sRGB, CMYK

30 Aprile 2021

Ci sono termini e sigle in cui si incappa spesso se si ha a che fare con la fotografia, la grafica e la stampa. Se non hai la certezza di capirne del tutto il significato o se proprio non ne hai idea, ti spiego di cosa si tratta.

Non è una lingua strana e nemmeno una questione di puntiglio: quando si parla di file fotografici, si incontrano delle sigle che si riferiscono a delle loro caratteristiche molto importanti. Sapere di cosa si tratta è importante per intendersi coi professionisti che collaborano con te e fornirgli le indicazioni o il materiale che gli servono.

DPI e PPI

Quello fra DPI e PPI è uno scambio di termini così frequente che raramente mi capita di trovarlo indicato in forma corretta quando si parla della dimensione del file di un’immagine. Vediamoli di seguito.

Dots per inch

Nonostante sia la formula più utilizzata fra le due, è corretto parlare di DPI (dots per inch, punti per pollice) quando si mette questo dato in relazione alla stampa di quel file tramite un determinato dispositivo. Questo dato va ad indicare la quantità di gocce di inchiostro che la stampante o la macchina da stampa rilascia lungo un pollice – che equivale a 2,54 cm – che è un dato diverso dalla quantità di pixel di cui si compone una fotografia. Tra questi due indicatori non c’è nemmeno una corrispondenza diretta: un pixel non equivale a una goccia di inchiostro.

Pixel per inch

Quando si parla della grandezza di un file digitale, il valore da utilizzare è PPI, pixel per pollice. Attenzione, però, perché questo dato da solo non è sufficiente per indicare la quantità di pixel di un file: occorre specificare la lunghezza di almeno un lato dell’immagine, altrimenti non è possibile sapere da quanti di quei pollici, ognuno contenente 300 pixel, saranno composti i lati della foto.

Risoluzione nativa, ritagli (o crop) e esportazione in una diversa dimensione

Mi spiego meglio: al momento di ridimensionare l’immagine per adattarla all’uso che ne farà un cliente e al mezzo che utilizzerà, si parte in genere dal negativo digitale – o raw – che è un file composto da un numero dato di pixel che corrisponde a quello del sensore della macchina fotografica. Se la macchina ha un sensore di 5760 x 3840 pixel il file originale avrà esattamente quella grandezza.
Consegnando al cliente una copia del file originale, si otterrà un file con quello stesso numero di pixel per lato ed il dato dei PPI in questo caso è ininfluente perché che i pixel si distribuiscano su una quantità minore o maggiore di pollici, non ne modifica il totale. Diverso è invece il caso in cui l’immagine viene ritagliata oppure ridimensionata.

L’esempio dei foglietti adesivi

Ipotizziamo che ogni pixel corrisponda ad un foglietto adesivo di quelli colorati che si usano per note e appunti e che il file che li contiene sia la superficie di un tavolo, sul quale, per ogni lato, è disposto un numero dato di foglietti in colonne e righe ordinate e regolari. Data una disposizione iniziale, se decidi di sistemare i foglietti più fitti, più vicini, cambierà la lunghezza della fila di fogli per ogni lato, che diventerà più corta, ma non la quantità totale di foglietti adesivi.

Ritaglio

Se però decidi di escludere una parte di quei foglietti perché non ti piacciono, ne andrai a rimuovere un certo numero, quindi la loro quantità totale diminuirà. In questo caso, si procede a rimuovere un gruppo di foglietti consecutivi ed in modo regolare, mantenendo una proporzione rettangolare o quadrata, in base alle necessità.

Ridimensionamento del file

Un altro caso è quello in cui, al di là del fatto che sia stata ritagliata o meno, la dimensione del file di partenza è troppo piccola o troppo grande per l’uso che deve esserne fatto. Non ci sono dei foglietti che non ti piacciono, li vorresti tenere tutti ma non puoi perché nel nuovo tavolo dove li incollerai non c’è abbastanza spazio. Oppure, nel caso opposto, il tavolo è molto più grande e per riempirlo ti servono più foglietti.

I programmi che processano il ridimensionamento dell’immagine utilizzano degli algoritmi pensati per ridurre oppure aumentare il numero dei pixel con la migliore approssimazione possibile. Mantenere una buona qualità al momento di fare un ingrandimento è però piuttosto complicato perché il software deve creare da zero dei foglietti, dei pixel, che non c’erano, cercando di capire con cosa riempirli. Per questo motivo, è sempre meglio sapere quale uso si farà di una fotografia: se il numero di pixel che occorrerà per il mezzo di comunicazione scelto è molto maggiore di quello nativo del file, è meglio optare per una macchina fotografica che permette di raggiungere quel risultato.

Più grande non sempre vuol dire più pixel

Il miglior modo di muoversi è partire dalla fine, consultando il professionista che si occuperà di gestire la fotografia, come ad esempio uno stampatore o un web designer. Lui o lei sapranno dirti qual è la risoluzione che gli serve ed è meglio non dare nulla per scontato perché se è vero che, in generale, più grande uguale più pixel, è altrettanto vero che un manifesto pubblicitario alto qualche metro e posto sulla facciata di un palazzo, non è pensato per essere osservato da vicino. Il numero dei pixel per pollice necessari per questo risultato sono inferiori a quelli di una stampa da collezione di piccole dimensioni.

Come specificare una risoluzione

Se per motivi di peso o di preparazione all’uso per una stampa o su un sito web, devo trasformare un negativo digitale in un jpg con una determinata dimensione – diversa da quella nativa – devo avere i dati che mi servono per preparare il file. Ci sono due strade:

  • indicare il numero esatto di pixel del lato corto o lungo;
  • combinare il valore in PPI con la lunghezza di uno dei lati: ad esempio, 250 PPI, 20 cm lato corto oppure 100 PPI, 100 cm lato lungo. Parlo di lato corto o lungo perché, salvo che nel servizio ci siano solo foto orizzontali o verticali, non ha senso parlare di base e altezza.

I byte

Una risposta equivoca che mi è capitato di ricevere alla domanda “Quale risoluzione?” è “Un mega”. Quando si parla di kilobyte o megabyte non si parla della risoluzione del file o almeno non direttamente: va da sé che il peso di un file è influenzato dal numero di pixel che la compongono ma non solo. Inoltre, parlare di MB o kB non fornisce in alcun modo una misura in pixel.

Il peso di un file dipende anche dal numero di informazioni che ogni pixel porta con sé. Questo tema si presta a vari approfondimenti ma, per semplificare, possiamo dire che il peso totale di un file di immagine dipende dal numero di pixel da cui è composto, dalla quantità di dati che essi includono e dall’intensità dell’eventuale compressione che si decide di applicare a quei dati.

Se provi a consultare le informazioni dei negativi digitali nati da una stessa macchina digitale, vedrai che il peso del file non è sempre identico e cambia in base al contenuto della foto.

Il profilo colore

Quando si parla delle specifiche di un file, non si può non includere il profilo colore (se desideri approfondire che cos’è un profilo colore, ti rimando ad un altro articolo del blog dove trovi una spiegazione).

Scattando in negativo digitale, potrai decidere quale profilo utilizzare in un secondo momento, mentre se scatti in jpg il profilo colore viene incorporato nel file e in un secondo momento può solo essere convertito (“tradotto” potremmo dire) in un altro ma sempre nel confine della grandezza del profilo di partenza.

Dovendo inviare un file allo stampatore perché realizzi un biglietto da visita o una brochure è possibile che ti chieda i file in Fogra39 che è un profilo colore che si riferisce alla quadricromia delle macchine da stampa. La quadricromia è lo standard CMYK, che sta per ciano, magenta, giallo, nero.

Lo standard usato dai monitor è invece in tricromia, RGB, che sta per rosso, verde e blu. In questo ambito, il profilo più utilizzato è l’sRGB.

Anche le macchine fotografiche producono immagini in RGB, il quale si differenza dalla quadricromia non soltanto per i colori contenuti nel nome. La spiegazione non è così semplice ma ti basti sapere che CMYK e RGB indicano due modi diversi di concepire il colore che, a loro volta, possono essere coniugati in diversi profili colore.

Se non hai le conoscenze tecniche per gestire il colore, la cosa migliore è chiedere allo stampatore di darti una mano oppure chiedere aiuto a un professionista, soprattutto se è importante preservare la fedeltà dei colori delle tue foto.

 

– Hai delle domande oppure vuoi dirmi cosa pensi a riguardo? Puoi lasciare un commento qui sotto oppure usare il form dei contatti. –

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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