Immaginazione, immaginario e immagini mentali

31 Luglio 2022

Questi tre concetti non sono la stessa cosa e hanno funzionamenti e funzioni diversi all’interno della nostra vita. Così come nella fase creativa. Ti riassumo cosa ho scoperto finora, partendo da una frase che mi sono sentita dire spesso: “Non riesco a immaginarlo”.

L’immaginazione

È capitato diverse volte che le mie e i miei clienti mi dicessero di non riuscire a immaginare le fotografie che avevo in mente di scattare, partendo dalle mie parole. Senza avere dei riferimenti visivi, non arrivavano a farsi un’idea.

Mi sembrava una cosa talmente strana che ho deciso di approfondirla. Mi spiego meglio: una volta che ho messo insieme le informazioni (testuali, verbali e visive) raccolte dal o dalla cliente, nella mia mente si creano le immagini delle fotografie che desidero realizzare. È qualcosa che a me risulta semplicissimo. Tuttavia, quando inizio a descrivere ciò che vedo, a volte succede che dall’altra parte la persona non sia in grado di ricostruire l’immagine sulla sola base di ciò che dico.

Inizialmente ho dato la colpa ai social network e tuttora sono convinta che, se frequentati senza una serie di consapevolezze, in un certo senso stiano atrofizzando l’immaginazione e l’immaginario. Ma su questo tornerò in modo più specifico.

Riguardo le mie piccole indagini, sono partita dalla definizione di “immaginazione”, trovandoci un primo indizio determinante. La Treccani la descrive come una “particolare forma di pensiero, che non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come riproduzione ed elaborazione libera del contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo e, spesso, orientata attorno a un tema fisso.”

Già da questa spiegazione traspare che la possibilità di immaginare non è per forza correlata alla visione mentale e può essere legata ai sensi, alle emozioni, alle esperienze. Quindi è possibile immaginare (e creare) senza formare delle rappresentazioni visive nella propria mente.

Nonostante venga spesso etichettata come un’attività frivola e di scarso valore, l’immaginazione è una risorsa fondamentale che permette all’essere umano di creare elementi nuovi, partendo dall’esperienza. O, in termini scientifici, “l’abilità di portare alla mente cose che non sono realmente presenti ai sensi”. (Rispettivamente, Treccani e University of Exeter.)

L’immaginazione è perciò ingrediente indispensabile delle soluzioni, delle invenzioni, del progresso, dell’apertura a nuove possibilità.

Nutrirla e allenarla

Immaginazione e immaginario, pur nella loro diversità, hanno qualcosa in comune: possono essere nutriti. E, nel caso dell’immaginazione, anche allenati.

Come dicevo, esistono molti modi di immaginare e, pur occupandomi di fotografia, in un breve percorso gratuito che ho ideato, consiglio di partire dalle emozioni e, se può aiutare, dalla scrittura, prima di provare a portare il tutto in un’immagine.

Non mi occupo di scrittura ma ciò che mi ha molto impressionato dei brevi corsi che ho frequentato sul tema, è la capacità evocativa degli esercizi proposti dai professionisti della parola. Poi, certo, nel mio caso c’è anche un passaggio di visualizzazione che però è, appunto, un passaggio.

Mentre facevo quegli esercizi, entravano in campo le emozioni, i ricordi di percezioni sensoriali e le reminescenze di esperienze passate.

A questo proposito, mi farebbe molto piacere se tu che ti stai avventurando nella lettura di questo articolo avessi voglia di raccontarmi la tua personale esperienza immaginativa (in caso, puoi farlo scrivendo un commento in fondo alla pagina oppure usando il form dei contatti.).

L’immaginario

La Treccani scrive che l’immaginario è “la sfera dell’immaginazione quale si costituisce e si può riconoscere attraverso i miti, la produzione letteraria e cinematografica, la pubblicità […]”.

Detta così, sembra un concetto semplice da inquadrare, invece più cerco di andare in profondità nella sua definizione, più mi perdo nelle mille sfumature.

Innanzitutto, ci sono immaginari condivisi fra gruppi più o meno ampi e c’è l’immaginario personale, proprio della singola persona. Gli immaginari condivisi sono fatti da immagini, miti e simboli che ricorrono negli esseri umani fin dalle origini, sommati ad altri arrivati in determinate fasi della storia e legati alla cultura, al contesto, alla religione. Nel nostro immaginario personale, a tutto questo aggiungiamo le nostre esperienze, contemplazioni e attitudini.

Come per l’immaginazione, dunque, non è corretto restringere il campo all’ambito visuale, dal momento che entrano in gioco altri elementi come le parole, le emozioni, le percezioni sensoriali, i ricordi.

L’influenza dell’immaginario

L’immaginario, nelle sue varie forme, è talmente sedimentato dentro di noi che spesso non siamo consapevoli di quanto influenza il nostro pensiero, la nostra percezione e il nostro punto di vista. Lavora dietro le quinte, possiamo dire, e a volte sconfina nell’etnocentrismo (“tendenza a giudicare la cultura di un popolo secondo le categorie della propria cultura di appartenenza considerate valide in assoluto”, dizionario Sabatini Coletti) e negli stereotipi.

Semplificando, il punto di vista e il modo in cui osserviamo “gli altri”, nel senso di culture, sotto-culture e società diverse dalla nostra, è inevitabilmente soggettivo e influenzato dal contesto in cui siamo immersi.

Alessandra Castellani, antropologa e sociologa, in un suo corso sull’immaginario legato alla pratica del tatuaggio, parte dalle esplorazioni navali del diciottesimo secolo per ripercorrerne la storia. La percezione culturale e sociale del tatuaggio e la sua evoluzione nei secoli è legata anche all’immaginario che queste esplorazioni hanno più o meno consapevolmente costruito intorno alle popolazioni interessate da questi viaggi di scoperta e intorno alle loro usanze e credenze. Per quanto lontano nel tempo, parti di queste visioni resistono ancora oggi: basti pensare, per esempio, alla Tiki Culture e al relativo immaginario.

Insomma, l’immaginario un po’ si eredita, potremmo dire, e un po’ si costruisce nel corso della vita. Come ricorda giustamente la Treccani, anche la pubblicità e il marketing contribuiscono alla sua costituzione.

A questo aggiungo i social network, con i loro filtri e la particolare modalità di fruizione di immagini e testi. Ma anche la grafica, il design, le arti analogiche e digitali, dove inserisco la fotografia e i suoi strumenti creativi, come Photoshop.

La visualizzazione

Il “vedere nella mente”, il cosiddetto mind’s eye, è un campo tuttora oggetto di studi. Si stima che circa una persona ogni cinquanta non sia in grado di visualizzare immagini mentali, ciò che il neurologo Adam Zeman della University of Exeter, Regno Unito, ha definito afantasia.

Molte persone scoprono da adulte di rientrare in questa definizione. Per anni pensano che “contare le pecore” sia un modo di dire e non un esercizio di visualizzazione che dovrebbe aiutare ad addormentarsi. Al contrario, altri soggetti si collocano all’estremo opposto e possono ricordare e costruire elementi visivi nella loro mente con estrema facilità e precisione. Questa caratteristica è definita iperfantasia.

Come dicevo, gli studi sul tema sono ancora in corso. Si stanno analizzando le aree del cervello dove si potrebbero svolgere le attività collegate alla capacità di immaginare e spesso vengono citati due casi di cecità acquisita con esiti molto diversi: quello di un uomo la cui abilità di creare immagini mentali si è affinata in seguito alla perdita della vista e quello di un altro uomo che invece, insieme alla vista, ha perso il ricordo di volti e percezioni visive. Altri ancora avrebbero perso il loro mind’s eye in seguito a danni cerebrali.

Creare senza vedere nella mente

Si potrebbe arrivare alla conclusione che la condizione di afantasia e le arti visive siano due elementi incompatibili. Invece, leggendo un articolo di BBC News, ho scoperto che sono molte le persone prive della capacità di visualizzazione che lavorano in quel settore.

È il caso di Edwin Catmull, co-fondatore di Pixar e presidente della Walt Disney Company. Pur non essendo capace di visualizzare con la mente, ha dato un contributo importante all’evoluzione della computer-grafica e dell’animazione 3D.

L’articolo cita anche Glen Keane, che ha vinto un premio Oscar per il miglior corto animato, pur essendo una persona con afantasia. Keane ha lavorato come animatore di personaggi in diversi film Disney come La Sirenetta, Aladdin, Pocahontas e La Bella e la Bestia.

A proposito del processo creativo di Keane, Catmull dice che parte dall’interno, dalle emozioni, e che questo è ciò che guida la mano nel disegno. Fino a che, cominciando da una serie di schizzi, Keane arriva a dar forma a delle vere e proprie opere d’arte.

Catmull, incuriosito dal tema, ha fatto un sondaggio fra i lavoratori della Pixar, scoprendo che non c’erano grandi differenze in termini di capacità di visualizzazione mentale fra chi era impiegato come tecnico d’animazione e gli artisti animatori. Inoltre, la possibilità di creare immagini non corrispondeva per forza alla capacità di disegnarle.

Queste conclusioni rimandano ad alcuni degli studi in corso sull’afantasia e l’iperfantasia: è probabile che chi non è in grado di creare immagini mentali ricorra ad altre capacità e risorse per arrivare al risultato. Nel campo dell’arte e della creatività, così come, più in generale, nella vita.

Tiriamo le fila sui tre concetti: immaginazione, immaginario, immagini mentali

L’immaginario, l’immaginazione e la capacità di visualizzazione corrispondono a risorse diverse della mente umana.

La prima è un bagaglio, personale, sociale, culturale e universale, di elementi a cui il cervello attinge per svolgere diverse funzioni.

L’immaginazione è la capacità di crearne di nuovi, di elementi, in ambiti diversi e non esclusivamente artistici, né visuali: anche un’invenzione nel campo dell’ingegneria passa dall’immaginazione.

Infine, la possibilità di visualizzare immagini nella propria mente, è una risorsa comune a molti esseri umani, ma non a tutti, e può essere più o meno sviluppata. Non è però una condizione indispensabile per diventare artista visuale o per lavorare in ambiti creativi.

Il test per l’afantasia e l’iperfantasia

Se pensi di essere in una condizione di afantasia o iperfantasia e vuoi contribuire alle ricerche del dottor Zeman presso la University of Exeter, puoi rispondere alle domande di un questionario pensato per raccogliere dati a riguardo.

Il test si compone di una cinquantina di domande e non è necessario completarlo tutto in una volta: si può salvare e riprendere da dove si è lasciato. Subito al principio, viene richiesto se si ritiene di avere una capacità di visualizzazione molto sviluppata oppure assente e si viene così indirizzati verso domande più specifiche.

 

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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