Perché fare una moodboard analogica

3 Aprile 2022

Le bacheche analogiche, per me, funzionano meglio delle digitali e, lo ammetto, mi ci sono voluti anni per mettere a fuoco il motivo. Che era il più semplice di tutti: l’analogico si adatta a meraviglia al mio modo di funzionare e al mio processo di lavoro. Le mie conclusioni sono personali ma condividendole con te, spero che tu ci possa trovare uno spunto per rendere più tua una fase creativa così importante come quella dell’ispirazione. Qualsiasi lavoro tu faccia.

A cosa serve una moodboard

Se ti è capitato di dare un’occhiata ai miei servizi, avrai notato che in nessuno di questi è prevista una fase di creazione di una bacheca Pinterest o di una moodboard digitale, né da parte mia né di chi ha scelto di lavorare con me. Questo non significa che io non faccia ricerca prima di uno shooting, anzi, ma questa fase, all’interno del mio processo, arriva solo dopo che sono stati definiti contenuti e linguaggio e non prima. E le moodboard che per me funzionano meglio sono quelle analogiche. Credo che spesso ci sia un fraintendimento sulla reale funzione di questo strumento. Quando ho cominciato a studiare fotografia, nel 2008, le moodboard che mi passavano sotto il naso erano delle semplici tavole con immagini, oggetti, colori che avevano la funzione di creare un mood, appunto. La parola mood nel Cambridge Dictionary viene definita come “il modo in cui qualcuno si sente in un dato momento” e viene tradotta con “umore, stato d’animo”. Una moodboard, letteralmente, è dunque la bacheca di uno stato d’animo e, in senso lato, la sua funzione è quella di organizzare alcuni elementi  – non per forza tutti – come la storia, il messaggio, il tema, l’ambientazione, i colori, le emozioni. Questa è l’ispirazione che fornisce una moodboard: un quadro di riferimento che sta alla base dello shooting. Su questo terreno di partenza, si affinano le scelte e si arriva alla definizione di contenuti, location, oggetti di scena, eccetera.

Perché la raccolta analogica funziona dentro al mio processo

All’interno del mio processo, una buona partenza non è compatibile con una raccolta di fotografie creata con criteri diversi dalle esigenze a cui una moodboard risponde. Chi intraprende un servizio con me – che si tratti di un Diario di luci coraggiose o di una Cartolina – si troverà davanti alla richiesta di una raccolta analogica dell’ispirazione. I Diari hanno degli strumenti appositi, mentre le Cartoline prevedono una bacheca fisica. Il fatto di dover selezionare, stampare e incollare fisicamente immagini o di selezionare oggetti costringe a utilizzare criteri diversi che si avvicinano di più al tipo di lavoro e di ispirazione che è funzionale al mio metodo di lavoro. Non lo dico per partito preso, ci sono arrivata con l’esperienza. Non avere a disposizione uno spazio virtualmente infinito obbliga a concentrarsi su ciò che davvero è significativo. Inoltre, il fatto di includere in questa ricerca altri tipi di oggetti o di linguaggi, aiuta ad aprirsi a strade inaspettate e possibilità diverse. Soprattutto, aiuta a capire che una foto di branding dovrebbe essere il risultato di un processo e di una serie di scelte consapevoli e personali, e non partire da risposte e soluzioni altrui.

E perché con le bacheche digitali non ha funzionato

Il messaggio

Mi è capitato varie volte, prima di strutturare i miei servizi attuali, che il o la cliente condividesse bacheche Pinterest sterminate e cartelle Drive zeppe di immagini raccolte da internet o da Instagram. Queste, invece di servirmi da strumento di lavoro, finivano per confondermi le idee: che cosa dovevo “distillare” da ognuna di quelle foto come ingrediente per il nostro shooting? Mi spiego meglio: tutti consumiamo e creiamo fotografie ma l’osservazione e la analisi di un’immagine sono una cosa diversa e hanno presupposti diversi. Posto che per i prodotti creativi c’è sempre un margine per l’interpretazione personale del significato, nella lettura di un’immagine ci sono degli elementi formali che, nel loro insieme, contribuiscono a passare il messaggio di cui quell’immagine è portatrice. E qui c’è una prima stonatura: nel mio processo il messaggio è la partenza, come posso partire dal risultato, dal finale di qualcun altro? Inoltre, le immagini sui social e su Google sono selezionate in base ad algoritmi, al lavoro di intelligenze artificiali e in base alle parole chiave che un essere umano o un computer gli hanno attribuito. Usarle come prima tappa, nel mio caso, equivale al rischio di incanalare lo shooting su strade già percorse, cosa che di per sé non ha nulla di male se arriva da una scelta consapevole. Diversamente, si finisce per dare per scontato che “per dire quella così lì, bisogna fare quella foto lì”.

La lettura di una fotografia

Un’altra difficoltà nell’adattare le bacheche digitali al mio lavoro nasce dal fatto che generalmente i clienti e le clienti non sono in grado di individuare e analizzare gli elementi che compongono una fotografia. Con questo non voglio certo dire che noi fotografi abbiano qualche superpotere, semplicemente è il nostro lavoro: l’occhio, le conoscenze, le consapevolezze sono diverse. Anche se mi piace gustarmi un buon bicchiere di vino, questo non fa di me una sommelier. So distinguere una bottiglia che sa di tappo, so dire se un vino mi piace e se incontra il mio gusto. Ma mi fermo lì. Allo stesso modo, nelle bacheche si finisce per raccogliere foto che per vari motivi piacciono: in quelle immagini c’è qualcosa che chi le ha selezionate gradisce e che quindi vorrebbe a sua volta trasmettere. Ma di cosa si tratta e in quali elementi della foto si esprime? Il tipo di luce, l’inquadratura, l’ambientazione, gli oggetti di scena, l’accostamento dei colori, la correzione del colore…? Non posso pretendere che chiunque parli questo linguaggio e che abbia queste consapevolezze. Per me è molto più lineare chiedere che cosa si vuole dire e fare personalmente questa traduzione. Ci sono poi delle variabili da non sottovalutare: non sempre è possibile ottenere effetti identici né simili, ogni caso è a sè. Inoltre, i social hanno alterato la percezione del processo creativo fotografico e lo hanno fatto con la complicità di noi fotografi. Di recente ho visto la pagina di una collega che dichiara in modo evidente di non usare Photoshop e fin qui nulla di male. Ma questa dichiarazione, senza ulteriori chiarimenti, confonde chi vede le sue immagini – decisamente post-prodotte – e deduce che escano tali e quali dalla macchina fotografica. Non dubito della sua buona fede, penso che intendesse dire che non modifica le forme o le misure con Photoshop ma è evidente che c’è un intervento di sviluppo del negativo digitale. Si nota subito una correzione del colore, come potrebbero esserci dei ritocchi di contrasto fatti con un altro programma o con i preset della macchina. Chi non ha i mezzi per fare questa distinzione, però, finisce per farsi un’idea sbagliata.

Fattori particolari

La stessa cosa può accadere quando ci sono effetti inseriti in post-produzione che un occhio non allenato non può identificare. O parti del linguaggio fotografico che dipendono da fattori precisi, come ad esempio una luce invernale – che evidentemente non sarà riproducibile il 15 di agosto a mezzogiorno – o un lavoro di styling o ancora un trucco professionale. (Nel caso tu te lo stia chiedendo: Photoshop è molto potente ma il tocco di un o una professionista del make up è indispensabile per arrivare a un certo risultato.) Infine, le bacheche digitali nel mio caso non funzionano anche per motivi di photo editing (che tutti confondono con la post-produzione mentre si tratta di un’altra cosa) e per la dimensione con cui nel 90% dei casi vengono viste le fotografie raccolte. Non è assolutamente la stessa cosa osservare un’immagine minuscola per qualche secondo su un social che soffermarsi per dei minuti su una fotografia più grande e sola. Innanzitutto ci sono dettagli, sfocature, mossi indesiderati, errori di post-produzione che possono sfuggire a chi non ha un occhio abbastanza allenato per coglierli al volo e anche in un riquadro piccino. E poi non c’è la minima attenzione al contesto. La foto che dobbiamo creare dove andrà? Che dimensione avrà? Avrà altri elementi vicini, prima o dopo? Non è la stessa cosa scattare per Instagram, per la pagina di un sito, per una gallery su uno shop o per un volantino.

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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