Ritrovarsi nell’attenzione

28 Febbraio 2022

Il libro di Jenny Odell, “Come non fare niente” ha cambiato la mia prospettiva verso la produttività, l’importanza dell’attenzione e della qualità delle relazioni. Così, ho deciso di condividere le riflessioni che ne sono nate, con la speranza che questo libro finisca anche fra le tue mani.

Perché leggerlo

Parlando con una buona amica, un giorno le dissi di sentirmi tirare da tutte le parti. Di avere sempre nuove richieste da gestire e di sentirmi costretta a spezzettare ogni attività in mille momenti diversi. Non solo: lì a guardarmi sulla scrivania c’era la stampa di una parte del diario personale di una cliente che aspettava il momento giusto per essere letto. E quel momento veniva continuamente rimandato perché il tipo di immersione e analisi che avevo bisogno di fare, richiedeva di dimenticare lontano il cellulare e l’orologio e una bella dose di silenzio.

Giudicavo questo mio modo di funzionare una sorta di limite, una mancanza in termini produttivi, perché non è semplice trovare delle giornate intere e consecutive da dedicare esclusivamente a una sola parte del mio lavoro.

Ho amato così tanto leggere e rileggere il libro di Jenny Odell “Come non fare niente” perché mi ha fatto fare pace con questa necessità e perché ha dato un senso anche ad altri malesseri e frustrazioni, allontanando il giudizio di essere “inadatta” a certe logiche della società capitalista (che ci piaccia o no, è quella in cui viviamo) e ribaltando questa visione: è il capitalismo a essersi allontanato dalle logiche della vita.

Perciò, se là fuori ci fosse anche solo un’altra persona che sente la stessa inadeguatezza o che sperimenta la stessa stanchezza o la stessa frustrazione nel correre in questa sorta di continua competizione e nel frammentare continuamente la propria attenzione, mi auguro di cuore che trovi questo libro e che gli dia la possibilità di cambiare la sua visione.

Più sotto, ti racconto la mia esperienza con le idee di Odell.

Ma prima lasciami condividere la mia sorpresa quando, durante la lettura, ho trovato due passaggi sulla creatività che contenevano gli stessi ingredienti dei Diari di luci coraggiose.

Il primo riguarda una citazione di John Cleese – uno dei Monty Python – presa da una conferenza del 1991, dove indicava come elementi necessari:

  • spazio
  • tempo
  • tempo (sì, di nuovo)
  • fiducia
  • senso dell’umorismo (ecco, forse di questo potrei mettercene di più…).

Il secondo, te lo riporto tale e quale da pagina 182: “la creazione di un’idea richiede una combinazione di privacy e condivisione”. Una questione di equilibrio, scrive Odell. Wow!

“Come non fare niente” – Resistere all’economia dell’attenzione

Il titolo del libro, per stessa ammissione di Odell, vuole essere un invito alla riflessione sull’economia dell’attenzione e sui suoi effetti, più che un incoraggiamento testuale a non fare nulla.

L’economia dell’attenzione è appunto quella che monetizza la nostra attenzione, senza interessarsi alle sfumature o alla qualità, come se si trattasse di un bene qualsiasi, facilmente quantificabile e valutabile. I benefici di questa monetizzazione non vengono ricevuti dai soggetti la cui attenzione è oggetto dello scambio, bensì da terzi, solitamente colossi finanziari – come ad esempio i social network –.

Rubare attenzione è abbastanza semplice: è sufficiente programmare gli algoritmi per assecondare i meccanismi di appagamento, apprendimento, persuasione e dipendenza che portiamo nel nostro DNA.

Al di là del problema etico, una delle conseguenze principali è che quanta più attenzione regaliamo a queste aziende, meno ne avremo da dedicare ad altro. Può sembrare una cosa da poco ma se pensiamo che questa disattenzione è continua e prolungata, è probabile che qualche malessere inizi a trovare il suo perché. Soprattutto se mettiamo nell’equazione l’importanza dell’attenzione nelle nostre esperienze, riflessioni e decisioni, che sono parte della costruzione delle nostra identità e della crescita personale.

A questo proposito, Odell sottolinea come mantenere la nostra identità e rendere prevedibili i nostri desideri assecondi ulteriormente questo tipo di economia, che ha quindi tutto l’interesse a congelare chi siamo e le nostre abitudini. L’identità è però un concetto fluido, cambia in base al contesto, al luogo e si evolve nel tempo: cercare di imprigionarla in una statua è in qualche modo una violenza.

Non solo: mantenerci in un costante stato di ansia, invidia, distrazione, divisione è di per sé redditizio perché finiremo per cercare dei modi per compensare questo malessere. Probabilmente comprando gli oggetti proposti da un algoritmo.

Liberarsi dall’ossessione per la produttività

Un altro focus importante del libro di Odell è quello sulla produttività.

L’autrice ha, in un certo senso, riprogrammato la sua attenzione perché cominciasse a notare animali, vegetali, particolari che pur essendo costantemente sotto i suoi occhi, prima non vedeva . Più volte, cita l’esempio della sua passione per il birdwatching e del cambio di prospettiva che ha provocato: gli uccelli sono sempre stati lì ma non solo non gli faceva caso, non li “conosceva” nemmeno per nome. E non avevano una specie di appartenenza, un habitat o abitudini legate alle stagioni.

Coltivare un diverso tipo di attenzione e posarlo sull’ambiente intorno a noi ci permette, quindi, di cominciare a percepire gli altri esseri viventi non come una massa indistinta ma come nostri pari, come compagni con cui condividiamo lo spazio sulla Terra. Questo porta a riflettere sulla compatibilità del concetto di produttività con quello di esistenza: quest’ultima è importante e ha senso a prescindere dal suo essere produttiva.

Ciononostante, parchi, fiumi, riserve naturali, a volte persino delle vite umane, sono costantemente minacciati dal loro non essere produttivi, perché considerati inutili e sacrificabili da un punto vista del profitto.

L’idea di produttività è poi strettamente legata a quella di un progresso sempre proiettato in avanti, verso la crescita, la novità e l’espansione. E l’ansia, mi permetto di aggiungere (scherzando ma non troppo).

Risale a qualche settimana fa la notizia che Facebook ha smesso di crescere per numero di utenti, per la prima volta dalla sua fondazione. Le borse non l’hanno presa bene e i titoli di alcuni articoli di giornale sembravano apocalittici circa il futuro dell’azienda. Tuttavia, Facebook rimane un colosso multinazionale che produce utili immensi. Immensi ma, a quanto pare, mai sufficienti per la visione imposta da un certo tipo di economia.

Mi chiedo se davvero non sia possibile cominciare a parlare di ciò che è abbastanza anziché continuare a insistere con una crescita concentrata esclusivamente sull’incremento costante del profitto. Scrivendo questa frase, mi è tornato in mente un libro che ho comprato parecchi anni fa e che non ho mai finito di leggere: credo che presto si sposterà dalla libreria al mio comodino. E nel frattempo continuerò a impegnarmi per mettere sul piatto della bilancia anche altri tipi di valore, oltre a quello monetario, quando si tratta di qualità di vita.

La libertà del rifiuto

Odell porta alla luce che l’economia dell’attenzione tutela se stessa privando di fatto una larghissima parte delle persone della possibilità di uscirne, di fare scelte diverse, e definisce questa soglia il margine che ci permette di manifestare o meno il nostro rifiuto.

Questo margine è sempre più sottile per almeno due motivi: se tutta la società condivide e vive secondo le logiche economiche dell’attenzione e del capitalismo, è ovviamente più difficile rifiutarle. Il rispetto di quelle norme garantisce di restare dentro quella società e quindi anche la sopravvivenza. Se questa affermazione suona un po’ estrema fatta oggi, la si può coniugare con la conservazione della propria cerchia di affetti e amici e anche del proprio lavoro che, per chi non ha alternative, è una condizione che spesso equivale all’impossibilità di far valere quel rifiuto. Ma chi ha la possibilità di metterlo in pratica e lo fa, aiuterà l’intera società a capire che nessuna abitudine è indiscutibile e che c’è una via alternativa.

Odell cita l’esempio del famoso rifiuto di Rosa Parks ad abbandonare il proprio posto sull’autobus, un’azione nata non dall’impulso del momento ma “dalla chiarezza e dall’attenzione che rende possibile organizzarsi”. Un gesto che non fu privo di conseguenze per Parks e la sua famiglia, i quali persero il lavoro e vennero minacciati.

Il secondo motivo è che la continua distrazione spesso impedisce anche solo concepire delle alternative o di avere il tempo per porsi il problema.

E per quanto riguarda i social? Anche in quel contesto, secondo Odell, occorre che ci sia margine per il rifiuto, in termini di socialità negli spazi offline e di stile di vita: mi viene da pensare alle piccole realtà artigiane e freelance che, come la mia, nei social trovano il luogo principale (per qualcuno persino esclusivo) per parlare ai potenziali clienti. Non solo: se non ci imponiamo dei limiti, rischiamo di percepire ogni ora del nostro tempo come potenzialmente redditizia e “il tempo diventa una risorsa economica che non possiamo più giustificare trascorrendolo a fare niente”.

Incontro e contesto

Ho lasciato per ultimi due punti che mi stanno molto a cuore: l’importanza dell’attenzione ai fini dell’incontro con l’altro e con il contesto. Odell scrive che “esistono persone che sanno cambiarci in modo significativo, e noi dobbiamo permettere loro di farlo.”

L’incontro è strettamente legato all’attenzione: non può dirsi tale se non vi è percezione, come spiega Pépin nel suo libro “Filosofia dell’incontro”. Trovarsi di fronte all’altro e alle sue differenze è una tappa necessaria sulla strada verso la nostra identità. È stando nell’incontro che emerge quello che non siamo e, successivamente, quello che siamo. Che non è una definizione chiusa e finita, perché un nuovo incontro ci permette di crescere e cambiare ancora. Odell a proposito scrive che l’attenzione ci porta al di fuori dell’io, permettendoci di “vedere noi stessi mentre vediamo”.

L’attenzione ci restituisce anche la dimensione del contesto, dei legami, della provenienza, delle connessioni, delle cause e degli effetti. Anche di cose su cui normalmente non riflettiamo, come un cespo di lattuga. Qualcuno ha coltivato e poi raccolto la lattuga che qualcun altro ha imballato, spedito, spacchettato e riposto nei ripiani del supermercato. A loro volta, l’acqua o la pioggia con cui si è nutrita hanno una storia e un percorso legato alla loro provenienza.

Odell descrive il contesto come “ciò che appare quando si mantiene l’attenzione abbastanza a lungo”, con uno sforzo di tempo, volontà e anche umiltà, perché questo tipo di apertura presuppone di ammettere di non essere già in possesso della verità.

Si tratta di un impegno incompatibile con lo spazio e il tempo offerto dai social dove, inoltre, non è possibile adattare il proprio messaggio a chi lo riceve né tanto meno cambiare idea: sarà uguale per chiunque vi acceda e per tutto il tempo (potenzialmente infinito) durante il quale rimarrà in rete, nonostante tutto intorno a quel messaggio, autore o autrice compresi, sarà cambiato col passare dei giorni o degli anni.

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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