“Scopri cos’è quando ti sbarazzi di ciò che non è.”

1 Marzo 2021

Ti racconto chi era Richard Buckminster Fuller e perché le sue parole, la sua vita e le sue opere sono per me un invito a ridare valore a un vecchio desiderio e a fare la mia piccolissima, personale rivoluzione.

Fonte del disegno originale rielaborato: The Smithsonian Institution

Richard Buckminster Fuller

Dobbiamo farla finita con l’idea che tutti devono guadagnarsi da vivere. È un fatto che oggi una sola persona, grazie alla tecnologia, è in grado di supportare e portare avanti il lavoro dove prima ne venivano impiegate mille e anche diecimila.I giovani di oggi hanno assolutamente ragione nel riconoscere questa assurdità di “guadagnarsi da vivere”. Manteniamo lavori inventati a causa di questa falsa idea che ognuno deve essere impiegato presso qualche tipo di fatica, perché secondo le teorie darwiniane-malthusiane si deve giustificare il diritto di esistere. Quindi abbiamo gli ispettori degli ispettori e delle persone che costruiscono gli strumenti per gli ispettori per ispezionare gli ispettori stessi. Il vero business delle persone dovrebbe essere quello di tornare a scuola, e pensare a ciò che era, e che stavano pensando prima che qualcuno arrivasse, dicendo loro che dovevano guadagnarsi da vivere.

Il programma radiofonico iniziò con la lettura di queste parole di Richard Buckminster Fuller e il mio ascolto si mise subito sull’attenti. Stavo sistemando delle foto con la radio come sottofondo e mollai tutto per cercare un pezzo di carta dove segnarmi il nome dell’autore per cercare notizie su di lui.

Qualche notizia su Bucky

Scoprii che definirne la figura non era semplice: Fuller, nato in Massachusetts nel 1895, fu architetto, designer, inventore, imprenditore, filosofo, scrittore, ideatore di un archivio di risorse, tendenze e bisogni umani ed anche conduttore televisivo.
Qualcuno che pronuncia le parole che avevo ascoltato e che sfugge alle classificazioni non può che mettersi subito in sintonia con una fotografa nata nei prosperi e morbidi anni ’80, trasferitasi in Spagna alla vigilia della crisi economica del 2008 – che lì portò la disoccupazione alle stelle in breve tempo – e con seri problemi con la definizione.

Cercai quindi di saperne di più su di lui, spulciando il web e poi leggendo uno dei suoi libri, Manuale Operativo Per Nave Spaziale Terra, il cui titolo dice molto sul suo modo di pensare.

La prima notizia che trovai fu che il più celebre progetto di Bucky – come era soprannominato – è la cupola geodetica: una struttura composta da elementi triangolari, dalla forma semisferica e nota per essere al tempo stesso molto leggera e resistente. Precisamente, è l’unica struttura attualmente costruita la cui resistenza aumenta all’aumentare delle sue dimensioni: ottimizzare le risorse e fare di più con meno era uno dei punti cardine del pensiero di Fuller (una piccola curiosità: in Italia, nel centro di Spoleto, c’è una cupola geodetica donata alla città da Bucky stesso nel 1967).

Fuller iniziò a inventare e costruire fin da bambino, unendo triangoli fatti da piselli e stuzzicadenti e costruendo oggetti in legno e piccole barche. Viveva in una fattoria su un’isola lungo le coste del Maine, il che, ripensando ai suoi scritti, me lo fa immaginare a bordo di una nave nella nave, nella nave: la Terra, l’isola e la fattoria. E io amo vedere per sistemi.

La vita come un esperimento

La sua vita non fu esattamente in discesa: aveva un deficit visivo, perse il padre quando aveva 12 anni, venne espulso da Harvard, andò in bancarotta e visse il dramma della morte di una figlia che, comprensibilmente, lo distrusse.

La reazione di Fuller fu però sorprendente: decise di prendere la sua vita e di farla diventare un lungo esperimento per capire che cosa potesse fare un singolo uomo per cambiare il mondo e farne beneficiare l’intera umanità. Quale resoconto di questo progetto, creò un diario-archivio in cui, ogni 15 minuti, prendeva nota della sua quotidianità.
Chiamò questo documento Dymaxion Chronofile usando delle parole di sua invenzione, come era solito fare quando la lingua parlata non ne offriva nessuna abbastanza adatta.

Ora, non so a te, ma questo pensiero mi ha fatto brillare gli occhi, mi ha fatto sentire meno piccola, meno impotente e più connessa con le vite degli altri quando si tratta di portare avanti avanti le mie microscopiche rivoluzioni personali.

E poi che meraviglia questa sua visione del concetto di esperimento! Sono una persona che ha un pessimo rapporto col fallimento e con gli errori, una che se le viene insegnato a fare le cose in un certo modo, fa fatica a metterlo in discussione. Non solo: sperimentare nella mia testa era un verbo della scienza, lontano dal mio fare, come se solo a chi fa ricerca di mestiere fosse concesso di procedere per tentativi.

Imbattermi in un modo di vedere differente, uno che ribalta il fallimento, invitando ad imparare per prove ed errori e ridando dignità all’ingenuità che mi porto dentro da sempre è stato liberatorio.
Grazie a Fuller ho scoperto di aver vissuto secondo le regole del pappagallo e di voler passare dall’altro lato: “Se gestissi una scuola, darei un voto mediocre a coloro che mi forniscono le risposte esatte, per essere dei buoni pappagalli. Darei un voto alto a coloro che fanno un sacco di errori e me ne parlano e poi mi dicono che cosa hanno appreso da essi”. E ancora: “Non esiste una cosa come un esperimento fallito, solo esperimenti con risultati inaspettati.
Non senti già un po’ di leggerezza sulle spalle?

La ricchezza si misura in giorni

Non finisce qui. Fuller, già negli anni ’60, parlava di sostenibilità delle risorse e di un nuovo concetto di progresso e di ricchezza. Riassumendo, secondo lui, i combustibili fossili sono una sorta di scorta energetica necessaria perché il Pianeta possa cominciare la sua attività ed evolversi, progredendo fino a un punto in cui è in grado di trovare delle fonti alternative rinnovabili e, perciò, inesauribili.

Una volta risolto il problema energetico e raggiunta una determinata soglia di progresso, l’uomo libera tempo e risorse per dedicarsi all’apprendimento e alle attività che desidera portare avanti, senza classificazioni di importanza. Per Fuller, infatti, “nulla è fuori contesto“: ogni cosa è parte del sistema in cui viviamo.
Inoltre, secondo lui “Non ci sono soldi nell’Universo” e la ricchezza va misurata in termini di tempo. Nello specifico, nel numero di giorni a venire, per un determinato numero di persone, in cui si è in grado di mantenere quelle persone e di rigenerare l’energia, liberando così le risorse fisiche ed intellettuali per l’apprendimento e lo sviluppo di ciascuno. Questo, aumentando ulteriormente la capacità dell’umanità di interagire con l’ambiente e di ottimizzare le risorse, creerebbe un circolo virtuoso di benessere e libertà intellettuale.

Vista in questi termini, la ricchezza è infinita perché è impossibile imparare di meno: persino sbagliando, impariamo qualcosa; quindi, non solo fallire è parte del processo di apprendimento ma il successo è tale quando è di tutti gli esseri umani.

Desideri che rinascono

Ora, immagina questi concetti starsene belli tranquilli a bere una coca-cola in un angolo del mio cervello, parole dette da una mente così geniale, innovatrice e diversa dalla mia, che tra un sorso e l’altro, si incontrano per caso con un desiderio che è con me fin dall’infanzia: la costruzione di un mondo diverso, più giusto, dove tutti hanno una possibilità di realizzare se stessi e di sviluppare attitudini e sogni.
Beh, dopo quell’incontro il mio desiderio si è ringalluzzito, si è tolto l’etichetta di sciocca utopia infantile e ha deciso che può e vuole coniugarsi come stella polare della mia attività.

Guidarmi è sempre stata la sua funzione, prima che le classificazioni degli adulti gli cucissero addosso la stigma dello stupido sogno infantile. E nonostante per tutti questi anni sia rimasto lì, ferito e frainteso, non mi ha mai serbato rancore e non ha mai smesso di fare il suo dovere, per quanto incompreso e costretto al silenzio.

Mai avrei pensato che avrei potuto trovare questa spinta nell’opera di una persona apparentemente così lontana da me, nel tempo e nello spazio, e questa inattesa vicinanza non fa che aumentare il piacere di questa scoperta.

Ci sarebbe ancora molto altro da dire ma la figura e la visione di Fuller sono così vasti – e a volte così complessi – che racchiuderli in un solo articolo è impossibile. Ho cercato quindi di riassumere la parte che ha toccato, oltre la sfera personale, anche quella professionale, sperando che anche tu vi possa trovare spunti ed ispirazione.

Per concludere, ho tenuto da parte un’ultima citazione, visto che le parole di Bucky (che spero mi perdonerà questa presa di confidenza) ci hanno accompagnato attraverso tutte queste righe. Ho scelto questa perché suona come un invito a tutte le luci coraggiose là fuori: “Dal momento in cui decidi di fare ciò che tu vuoi veramente fare, è un tipo di vita diverso.

[Fonte dell’immagine rielaborata nella foto: The Smithsonian Institution – Book illustration, Buckminster Fuller, Geodesic Dome Construction, Figure 1 and 2, 1958
Per informazioni sul copyright: The Smithsonian Institution]

 

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

2 Commenti

  1. Serena Mancini

    Cara Leda, finalmente riesco leggerti. Grazie di questo articolo!

    Rispondi

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