I social nel processo creativo fotografico
16 Febbraio 2021

Premetto: questo post non è una critica al ruolo dei social nella nostra vita. Anche se ne uso attivamente solo uno (Instagram) che per molti aspetti sto ancora conoscendo e con cui ho un rapporto altalenante, lungi da me negare il loro grande potenziale. Però, questo sì, sono una di quelle persone che per capire se qualcosa funziona per lei, ha bisogno di metterla in discussione. Ed è così che ho compreso che le bacheche Pinterest e gli screenshot di Instagram non possono stare alla base del mio flusso di lavoro. Semmai, possono aiutare a dar forma ad un’idea solo dopo che è nata.

Regole non scritte

La mia memoria funziona in un modo tutto suo: il mio cervello è in grado di rimuovere intere esperienze, anche belle, e di salvare solo alcune immagini e momenti particolari. Questo mi fa sempre sentire in difetto le rarissime volte in cui mi capita di incrociare degli ex compagni di classe o di riguardare le foto delle vacanze perché loro ricordano un sacco di bei momenti a cui si suppone che io abbia assistito. Ma la mia mente fa a modo suo, e così dello stupendo fine settimana in Algarve con un’amica portoghese e la sua famiglia ricordo solo le grigliate di pesce fresco in giardino, le risate e la mia buffa comunicazione fatta di gesti e spagno-italo-portoghese. E l’Algarve non è esattamente un brutto posto…

Tutto questo per dirti che a volte guardo il feed di Instagram con estremo stupore: sembra che lì, invece, la memoria, le esperienze e il linguaggio fotografico delle persone che lavorano in alcuni settori siano tutti estremamente simili. Non parlo di copia o di plagio, mi riferisco semplicemente all’assorbire senza accorgersene un metodo e un risultato fino a dare per scontato che “funziona così, perciò è così che lo devo fare o dire”.

Partire guardando verso di noi

Lascio da parte algoritmi e statistiche di cui non mi intendo per niente e mi concentro su un circolo in cui anche io mi sono ritrovata a cadere – nonostante la fotografia fosse ed è proprio il mio mestiere – con lo scopo di aprire una discussione su questa domanda: e se ci concedessimo di partire da noi, anziché dai social? Da dentro, anziché da fuori?

Di recente, ho scritto, proprio su Instagram, di come ho deciso di tornare alla mia idea iniziale di utilizzare un supporto fisico per raccogliere le ispirazioni delle mie clienti durante la preparazione di uno dei miei servizi. Avevo rinunciato a questa possibilità perché temevo che mi avrebbero detto che era troppo laborioso, che tutti usano le bacheche Pinterest o salvano le foto da Instagram e che mi avrebbero preso per una di quelle che ha iniziato con la pellicola e poi passa la vita a dire che “prima del digitale era un’altra cosa”.

Beh, il digitale ha effettivamente cambiato molte cose ma non come ci si aspettava e (anche) qui sta il punto. Certo, ha reso molto semplice realizzare foto leggibili ma, per quanto il processo sia tecnicamente diverso, ci sono ancora delle scelte di contenuto e di forma da fare, delle decisioni tecniche da prendere al momento dello scatto e altrettante in fase di post-produzione (il fotoritocco esiste da quando esiste la fotografia). Il tutto partendo, a ritroso, dal messaggio che vogliamo inserire nella foto e dal mezzo con cui lo diffondiamo.

L’inversione e il taglio del processo

La “percezione non direttamente percepita” che danno i social, invece, è che tutto questo processo sia invertito e accorciato: guardo la conclusione del processo di altri e, più o meno consapevolmente, da lì elaboro i miei scatti. E così si arriva ad assorbire il concetto che una foto di branding fatta bene è una foto in cui c’è [completa tu a piacere], in cui tutto è in palette, in cui l’immagine che dò di me è quella che ci si aspetta.

Non dico che tutti nella loro comunicazione facciano così, eh, ma in tantissimi casi si nota che il messaggio è definito da ciò che vediamo e non da quello che realmente si vorrebbe dire. Distaccarsi da un modo di vedere e di fare che si dà per scontato e consolidato non è mai semplice, per me per prima: se tutti usano quel contenuto e quella forma per parlare di questa cosa, è logico -in fondo- adeguarsi e percorrere la stessa strada. Ma così facendo stiamo già incanalando il nostro messaggio in una forma prima ancora di averlo elaborato.

Cosa ne dici se mettiamo i social al servizio di un’idea e non viceversa?

Dicendo questo, non voglio invitarti a cercare di fotografare cose mai viste o nel realizzare scatti forzatamente originali a tutti i costi. Anzi. Vorrei solo, a cuore aperto, invitarti a partire da un punto di vista diverso: il tuo.
Questo è un appello a lasciare lo scatto come penultima fase di un processo che inizia col guardare ciò che abbiamo fisicamente e metaforicamente intorno, con l’osservazione della nostra vita, dei nostri casini, dei significati che conosciamo solo noi, della nostra storia.

L’autentico, per me, non è fotografare i piatti nel tuo lavello. Lo stile non è forzarsi di trovare una forma per essere ad ogni costo riconoscibile. E lo storytelling non ha un solo linguaggio valido. Ho provato un forte bisogno di liberarmi e capire che queste logiche per me non funzionavano se volevo andare abbastanza a fondo da poter restituire un’immagine in cui rivedersi e assecondare il mio flusso di lavoro.

Ci sono tanti significati forti e semplici che rischiano di essere trascurati se guardiamo altrove. Come quello di una barchetta di legno e tela andata perduta e fatta da un nonno che non si ha mai conosciuto; quello delle parole che ci hanno cambiato la vita; quello di un giorno qualunque in cui prendiamo una decisione importante; quello dei piccoli pezzi che nella loro semplicità ci hanno costruito. E questo non può trovare un’ispirazione già pronta e selezionata dall’algoritmo di un social. Lì, semmai, andiamo a frugare quando quella ricerca è al servizio della nostra idea e non il contrario.

Per questo, ho deciso di tornare sui miei passi e di mettere fisicamente uno spazio di raccolta tra le mani di chi vuole realizzare un Diario di luci coraggiose, nel tentativo di recuperare una via di ispirazione che parta da dentro. Che non sarà veloce come una cartella Pinterest ma di sicuro è un metodo che ha il massimo rispetto per la storia che gli si affida.

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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