I social nel processo creativo fotografico

16 Febbraio 2021

Premetto: questo post non è una critica al ruolo dei social nella nostra vita: lungi da me negare il loro grande potenziale per il marketing e la comunicazione. Tuttavia, l’esperienza, che qui condivido con te, mi ha insegnato che le bacheche Pinterest e gli screenshot di Instagram non sono una buona base di partenza per l’ispirazione di uno shooting . Semmai, questo sì, possono aiutare a dar forma ad un’idea solo dopo che è nata.

Social e processo creativo

Lascio da parte algoritmi e statistiche di cui non mi intendo per niente e mi concentro su un circolo in cui anche io mi sono ritrovata a cadere – nonostante la fotografia fosse ed è proprio il mio mestiere – con lo scopo di aprire una discussione su questa domanda: e se ci concedessimo di partire da noi, anziché dai social? Da dentro, anziché da fuori?

Di recente, ho scritto, proprio su Instagram, di come ho deciso di tornare alla mia idea iniziale di utilizzare un supporto fisico per raccogliere le ispirazioni delle mie clienti durante la preparazione di uno dei miei servizi. Avevo rinunciato a questa possibilità perché temevo che mi avrebbero detto che era troppo laborioso, che tutti usano le bacheche Pinterest o salvano le foto da Instagram e che mi avrebbero preso per una di quelle che ha iniziato con la pellicola e poi passa la vita a dire che “prima del digitale era un’altra cosa”.

Beh, il digitale ha effettivamente cambiato molte cose ma non come ci si aspettava e (anche) qui sta il punto. Certo, ha reso molto semplice realizzare foto leggibili ma, per quanto il processo sia tecnicamente diverso, ci sono ancora delle scelte di contenuto e di forma da fare, delle decisioni tecniche da prendere al momento dello scatto e altrettante in fase di post-produzione (il fotoritocco esiste da quando esiste la fotografia). Il tutto partendo, a ritroso, dal messaggio che vogliamo inserire nella foto e dal mezzo con cui lo diffondiamo.

L’inversione e il taglio del processo creativo

La “percezione non direttamente percepita” che danno i social, invece, è che tutto questo processo sia invertito e accorciato: guardo la conclusione del processo di altri e, più o meno consapevolmente, da lì elaboro i miei scatti. E così si arriva ad assorbire il concetto che una foto di branding fatta bene è una foto in cui c’è un preciso e condiviso contenuto o immaginario o in cui tutto è in palette o ancora in cui l’immagine che dò di me è quella dettata dallo stile che va per la maggiore.

Questa creazione alla rovescia, fa sì che il messaggio trasmesso finisca per essere definito soprattutto da ciò che si ha visto e non da quello che realmente si vorrebbe dire. Si è dunque indotti a pensare che se in molti usano quel contenuto e quella forma per parlare visivamente di una certa cosa, allora quella è la strada giusta. Ma così facendo stiamo già incanalando il nostro messaggio in una forma prima ancora di averlo elaborato.

Mettiamo i social al servizio di un’idea, non viceversa?

Dicendo questo, non voglio invitare le persone a realizzare scatti forzatamente originali, vorrei piuttosto invitarle a partire da un punto di vista diverso: il loro. E a Lasciare lo scatto come penultima fase di un processo che inizia col guardare ciò che hanno fisicamente e metaforicamente intorno, con l’osservazione della loro vita, dei suoi significati unici e della loro storia.

Autentico non deve per forza equivalere a fotografare i piatti ancora nel lavello, così come avere uno stile non significa forzarsi di trovare una forma per essere ad ogni costo riconoscibile: lo storytelling non ha un solo linguaggio valido: il suo primo obiettivo dovrebbe essere quello di restituire un’immagine in cui le persone clienti possano rivedersi e comunicarsi con agio ed efficacia.

Per questo ho deciso di mettere fisicamente uno spazio di raccolta tra le mani di chi vuole realizzare un Diario di luci coraggiose, nel tentativo di recuperare una via di ispirazione che parta da dentro. Che non sarà veloce come una cartella Pinterest ma di sicuro è un metodo che ha il massimo rispetto per la storia che gli si affida.

La Stazione Boreale

Una lettera, molta immaginazione, una volta al mese

L’immaginazione è uno strumento prezioso che qui alla Stazione Boreale indago e uso per raccontare vite, leggende e parole della società degli orsi. Vere come ogni invenzione, queste storie sono un invito a trovare le possibilità che ancora non vediamo.

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Leda Mattavelli

Leda Mattavelli

Mi chiamo Leda. Amo, ricambiata, la fotografia. È una frase che ripeto spesso perché credo che quando scegliamo di nutrire le attitudini che ci appartengono, queste ci ripagano mostrandoci la strada per quel luogo nell’anima dove ci sentiamo veramente a casa. Scopri di piu…

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